Dora

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Dora ha trent’anni, capelli castani e ondulati che le cadono dolci sulle spalle.
Belle gambe. Belle tette. Bel culo.
Il collo bianco, liscio e profumato.
Un sorriso genuino e una voce dolce.
Dora è nata alla fine della dittatura di Ceaușescu, in quella Romania comunista e severa di fine anni ‘90.
Dora, noi la chiamiamo “generale”.
Ha un carattere forte lei e regole ben impostate.
Se ti dice “mangia” tu mangi.
Se ti dice “zitto” tu stai zitto.
Sa imporsi Dora.
Rispetta la legge.
Lavora sodo per costruirsi qualcosa di suo.
Che lo sa lei che odore ha la povertà.
La prima volta che è entrata in un ristorante aveva diciassette anni e se l’è potuto permettere grazie al lavoro di promoter dei pomeriggi dopo scuola.
Dora voleva fare informatica. Ma poi ha cominciato economia.
Dora voleva la serenità e a vent’anni senza conoscere una parola d’italiano ha lasciato la sua casa e la sua famiglia per un divano in Piemonte.
Ha imparato la lingua, ha imparato un mestiere.
Che all’inizio lei, la trattavano come una schiava.
Orari infiniti. Nessuna tredicesima né quattordicesima. Ferie non retribuite e nessun permesso.
Dora oggi è una donna indipendente.
Con un buon lavoro. Una casa e una macchina sotto il culo.
Dora ha una cagnolina.
E qualche pianta grassa, il microonde e le unghie rifatte.
Dora oggi mette tacchi e vestitini eleganti e attillati.
Dora poi, adora gli orecchini e il suo fidanzato quando deve dimostrarle che la ama gliene compra un paio.
Ecco, le donne come Dora, sanno stare da sole.
Sono indipendenti e riescono a sentirsi realizzate anche senza dover essere la compagna di qualcuno.
Così, stare con quelle donne lì, è un casino eh.
Loro conoscono il proprio valore.
E di accontentarsi di una relazione mediocre o di un uomo mediocre, loro, quelle donne lì, non ci pensano proprio.
Dora vuole essere amata come nei film, ma meglio.
Vuole essere cercata, coccolata e desiderata.
Dora tiene la casa come una casalinga calabrese del ‘50, ma scopa il suo uomo come Moana. Dora è la fidanzata perfetta. Davvero.
Dora è una donna difficile da amare però.
E così lei, ogni tanto litiga con lui.
Quelle litigate degne di cronaca.
Con tanto di oggettistica volante e urla da neuro.
Il suo fidanzato lui, è un rocker, quei batteristi grintosi e incazzati con la vita e il sistema.
Ecco. Per lui dimostrare amore non è semplice. È dolce come il popples colorato che diventava palletta eh, solo che lui non sa proprio come dimostrarglielo tutto questo amore. Le coccole lui non sa farle. Forse si son dimenticati di insegnargliele.
Oppure, forse, come spesso accade ai maschi, quelle prima, quelle prima di Dora, gli hanno triturato il cuore e l’anima in pezzetti così piccoli che lui ancora non sa come rimettersi sù dritto.
E così non sa spiegarlo quanto l’ama.
E così forse non glielo dimostra.
E così litigano.
Litigano per il troppo amore.
Lei urla.
Lui prima prova a calmarla poi urla più di lei.
Lei allora se ne vuole andare.
Ma lui dice che lei non può andare.
Così lei che non si fa dire da nessuno che cosa può fare o che cosa no, decide di andar via davvero. E lui, poveretto, pieno di amore e rabbia le prende la testa tra le mani gliela scuote fortissimo, come per farla rinsavire e le urla: “Ti amo cazzo  Tu non puoi andar via! non puoi! non puoi! non puoi! Ti amo, io ti amo!” e poi le morde forte il naso che è un modo per non menarla, ma scaricare la rabbia. Ma forte eh.
Tipo che a lei esce il sangue.
E poi lei piange. E molla un ceffone a lui.
E poi pure lui vorrebbe piangere.
E poi fanno la pace.

La domanda è: “ L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO?”
Oppure è : “Donne quanto forte deve scuotervi la testa lui per farvi capire che vi ama?”

Perché sì, ti ama, per davvero eh! Questa volta è tutto vero. Lui ti ama.
Quindi adesso Bambina, lasciati andare un po’ che per un giorno dai, puoi anche non essere una guerriera.

(Tratto da una storia vera, roba di una nuova amicizia a suon di chiacchere del mercoledì e progetti di cene natalizie. Sognando di nuovo uova di pasqua tiramisù)

Claudia e Michele

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Claudia e Michele si son conosciuti un pomeriggio di ottobre.
Nella via centrale della loro cittadina di provincia. Fuori da un negozietto indiano che non esiste più da tanti anni. Avevano tagliato le rispettive scuole ed erano in compagnia di amici comuni.
Claudia e Michele avevano quattordici anni e tantissimi sogni nel cassetto.
Erano inesperti e pieni di sole. Si sono fidanzati per un po’.
Quella cosa del primo amore vero.
La prima fidanzatina che porti a casa.
Il primo fidanzatino che presenti a tuo padre che di colpo si sente vecchio.
Claudia l’ha persa così la verginità, in un letto a castello, con Michele sopra di lei e Biagio Antonacci nello stereo. Che se ci ripensa oggi le si accapona la pelle per il patetismo.
Mentre lui le stava sopra, Claudia aveva la testa indietro e fissava una lampada che andava di moda a inizio millennio. Quelle robe allungate che sembravano uno shuttle, con le bolle di cera dentro che fluttuavano.
Claudia ha perso molto sangue e dopo si è chiusa in bagno. Con michele in piedi su una sedia che provava a spiarla dal vetro sopra la porta.
Hanno riso tanto. Divisi da quella porta.
E poi Claudia anche la seconda volta l’ha fatta con Michele e la terza e tutte le altre dopo, per due anni.
Michele le ha insegnato a fare i pompini. E a girare le canne. Anche a fumarsi il cilum e a sniffare il tabacco alla menta. Le ha insegnato a cucinare i piatti napoletani. E a strirarsi i capelli.
Michele le ha regalato un posto segreto dove studiare quando a casa sua, i genitori litigavano tanto da lanciarsi il servizio di piatti in porcellana degli anni ottanta.
Le ha insegnato anche a giocare a carte. E a barare alle carte.
A fare le sedute spiritiche e a rubare alla Standa. Cioè claudia sapeva già rubare, alla Standa, ma ha fatto finta che fosse stato lui a insegnarglielo.
Poi un giorno Claudia si è innamorata di un tizio, lo stesso con cui Michele faceva sesso nelle cantine del palazzo. E così si son lasciati.
Ma mica per davvero.
Solo per finta.
Hanno smesso di essere fidanzati e son diventati amici che avevano scopato. E dormito nel lettino insieme. E sul divano insieme. E sul pavimento insieme. E sul terrazzo insieme. E sulla Punto di Luca insieme. E al lago insieme. E in montagna in tenda, sotto le stelle dell’ennesima festa Celtica. Insomma quei due lì insieme erano cresciuti.
E hanno continuato a farlo.
Anche quando le superiori sono diventate gli anni delle occupazioni per i diritti scolastici.
Anche quando lui ha cominciato a cambiare fidanzati come calzini.
Anche quando lei, si è lasciata dopo tre anni con quel soldato dagli occhi blu e ha pianto tanto.
Son rimasti sempre amici loro.
Quando lei è andata via da casa di mamma per un monolocale con la moquette e le vetrate.
E lui su quelle vetrate lì, ci ha disegnato il “cazzo natale” che era le versione porno del babbo. Anche quando i traslochi sono diventati pesanti con i materassi matrimoniali agganciati sul tetto della macchina.
Anche quando Michele è andato a vivere a Londra con il suo compagno.
Lei l’ha seguito anche lì. E son rimasti amici sempre, anche negli errori.
Nella droga che lui si prendeva e nei cazzi che lei succhiava.
Hanno fatto ancora le cosacce insieme.
Anche insieme ad una tipa. E a un tipo. Una volta anche a due tipi.
Insomma quei due lì nessuno poteva proprio dividerli.
Neppure i km, i fidanzati, i genitori, gli amici, i nemici, le droghe e i cazzi. Nulla.
Lei sarebbe stata sempre la mozzarellina di bufala di Michele.
Con la sua pelle chiarissima e morbida.
E lui sarebbe stato sempre il punto debole di Claudia.
Quello che lei difendeva, quando gli amichetti di scuola lo sfottevano per le scarpette da ballerino. E i plié in tutù.
Poi la vita cambia. I sogni cambiano. Le droghe ti segnano e tu diventi orribile.
E così tutto passa. E finisce. Per un uomo. Forse per una donna. O forse per due uomini e una donna. O forse solo perché ci si dimentica di quanto era figo il natale insieme, sul lungo Dora.
Ma Claudia e Michele hanno litigato. Per sempre eh.
E lei non è stata con lui a scavare la fossa per il suo cagnolino ventenne Charlie.
Lui però al rosario del padre di lei c’è stato. Ma Claudia no. Claudia il rosario di suo padre se l’è risparmiato, ma gliel’han detto a lei che lui era lì, in prima fila con tutta la famigliola.
Al funerale però l’ha cercato Michele. Con gli occhi gonfi e rossi. Con gli occhi di quella bambina che si nascondeva nel posto segreto.
E poi le è arrivato un sms al quale lei non ha mai risposto, mai per davvero. Ma sul cellulare le venti bozze diverse sono ancora lì.
Il messaggio diceva: “Niente e nessuno potranno mai cancellare anni e anni d’amore. Vorrei starti vicino ora, ma non si può”.
E lei anni e anni di amore, dopo quel messaggio, dopo quelle cose brutte, dopo le mani addosso e le parole alle spalle, avrebbe voluto caccarglieli in gola col cellulare.
Ma si sa Claudia è impulsiva, ma poi tutto quello che fa è piangere.

La domanda è: “ I gesti brutti, quelli brutti davvero, i tradimenti emotivi e le fregature possono cancellare anni e anni di amore?”
E se la risposta è no, la seconda domanda è: “ Perché no?”

Maria

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Maria fa la escort. Si prostituisce per 100 euro l’ora. 400 una notte. 1000 tutto il week end.
Ha ventitré anni anche se sugli annunci scrive venticinque.
Ha le tette grosse e i capelli mossi, ma passa la piastra tutti i giorni.
Si corregge sempre lei.
Per sembrare sempre un po’ meglio di quello che si sente.
Diego ha trentasette anni. Gli occhi verdi e i capelli rasati. Un tatuaggio con la scritta mamma sul cuore, quelle robe trash che t’incidi sulla pelle quando alloggi alle Vallette.
Diego è agli arresti domiciliari.
E una volta al giorno, per sei mesi e tredici giorni, telefona a Maria, nella speranza di convincerla ad andare da lui a domicilio.
Ma lei, mica ci va.
Ha paura Maria.
Le legge le notizie delle sue colleghe uccise a pugni e calci.
Così non ci va mai. Per sei mesi e tredici giorni.
Ma aspetta Maria, giorno dopo giorno quella chiamata.
Quasi fosse il rituale per la pausa sigaretta, tra un cliente e l’altro.
Diego ha la voce calda, l’accento meridionale e a volte fa delle piccole pause.
Dentro le quali, Maria si perde.
Poi un giorno lui non la chiama più e passano tanti mesi.
Finché una sera d’invero, un cliente prende un appuntamento per mezzanotte.
Maria non riceve dopo una certa ora, almeno non per un’oretta scarsa.
Ma accetta.
Si sente sola quando fuori è buio neve.
Quando apre, Diego è di fronte a lei, ma lei non lo sa.
Lo riconosce subito però, al primo sibilo di voce. Ma finge di no. Finge di non sapere.
Lui chiede di farsi una doccia. Lei lo accompagna al bagno e rimane ad osservarlo, seduta sul pouf argento comprato a 19 euro e 90.
È Veloce nei movimenti Diego, si lava ogni parte del corpo e le parla.
Come se fosse tutto naturale.
Come due che questa cosa della doccia, l’han fatta da sempre.
E ridono subito. Insieme. E si guardano vogliosi.
Diego è alto un metro e ottanta e forse ancora qualcosina. Ha un fisico scolpito e il petto forte. Braccia muscolose. Ma è magro. Forse un po’ sotto peso. Ha il viso scavato da tante cose. Ma nessuna droga. Né alcol. Lui quella roba lì non se la permette.
Diego si fa di donne.

E niente…
Lei s’inginocchia, per la prima volta, a quell’uomo belloccio.
Maria e Diego quell’inverno si vedono quasi tutti i giorni. A fine serata. Come ultimo incontro.
E un giorno lei i soldi non li vuole più.
E una notte il preservativo lui non lo mette più.
La ricorda Maria quella notte. Seduta su Diego.
“Il preservativo Diè, prendilo”
“Ancora un secondo, strusciati solo un altro po’”.
E lì, si guardano loro. Negli occhi.
Con la voglia di fondersi e trasgredire insieme.
E fidarsi.
Uno dell’altra.
Maria si siede su di lui. Lenta. E si penetra da sola. Lenta.
Aspettando di essere certa che vogliano tutti e due la stessa cosa.
Si sente sporca lei.
Lo sa che cosa pensa la gente delle mignotte.
Lo sa che Diego potrebbe temerla.
Ma lei è sana.
Lei lo sa.
Usa sempre le precauzioni.
E una volta al mese, al Maria Vittoria, fa le analisi. Tutte quante.
Diego le viene dentro.
E Maria piange.
E poi glielo dice che lei a lui lo ama. Che lei, per lui, quel lavoro lo mollerebbe.
Ma si sa come son ste cose, le puttane te le scopi, ma poi a casa, da tua madre, ci porti le altre. Diego per esempio, in Meridione dalla madre ci ha portato Dora.
Dora è dell’Est. Ha gli occhi blu. È tenera. È bella. Dora non è porca, ma ha già una figlia.
Così Diego fa il papà.
E Maria piange ancora.
E ha smesso di fare pompini per soldi.
Ha comprato un cocktail bar e vende chupito a 1 euro.
Maria ci pensa sempre a Diego.
Sposta i mobili del suo alloggio e balla. Balla con la musica alta. E poi nella vasca se lo lava via di dosso.
Notte dopo notte.
Mese dopo mese.
Poi, Diego torna. E lei s’inginocchia davanti a lui. Ancora. Di nuovo.
E lui poi la lascia di nuovo. Senza dirglielo però.
E così per tante volte che Maria non lo sa più chi è, né di chi è.
E poi son passati gli anni e Diego ritorna ancora.
Con una telefonata: “Mariamia vediamoci, sai io amo lei e amo la nostra bambina. Però tu sei tu! Vediamoci dai!”
Maria lo sa che un uomo non se la sposa una puttana.
A Maria però uno l’ha sposata.
Ha fatto fatica lui ad accettarla.
A vederla come una che si vendeva.
Son così gli uomini. Han paura di quanti o quali ti sono entrati nella patata.
Han paura loro che la tua natura sia quella lì.
Anche Umberto lo diceva sempre a Maria: “Vedi Mari è come la storia della rana e dello scorpione. È la tua natura. Tu sei uno scorpione”.
Ma Maria lo scorpione non lo voleva proprio essere.
E la domanda è: “Uno scorpione può non sentirlo il bisogno di ammazzare la Rana?
E la ranocchia poverina, non potrebbe essere lei la puttana?”

Pia

pia

 

Pia ha settantasette anni. Due mariti. Due figlie. Tre nipoti. Un gatto.

Il primo di marito è morto negli anni ‘70, un infarto, dovuto all’abuso di alcol, sigarette e figa.
Pia si è sposata vergine. A diciotto anni e sette giorni.
La madre per la prima notte di nozze le ha regalato una vestaglia bianca di pizzo e i pannolini di stoffa, quelli che si usavano prima dell’avvento degli assorbenti.
Pia era confusa, sapeva di non avere le mestruazioni.
Avrebbe capito in fretta però che la verginità sanguina. E fa male. Ti fa stringere i denti forte.
Pia ha avuto solo due uomini in vita sua.
Ma quei due li ha amati tanto e soddisfatti sempre.
Loro invece, tutti e due, di donne ne hanno avute tante.
Pia dice: “Sono nata per essere cornuta”.
Ha sofferto Pia per i tradimenti. Ha urlato. Pianto e ogni tanto si è fatta anche la valigia.
Ma due mariti erano già troppi e non poteva divorziare.
E così ha lottato. Tutta la vita. Una vita passata a dieta. Una vita cercando di essere bella.
Cercando di andare oltre quei limiti che le imponeva Gesù.
Pia ha fatto tutto, solo il culo non l’ha mai concesso a suo marito.
Le leggende confuse di Sodoma e Gomorra le han fatto sempre troppa paura.
Lei sogna il paradiso. Fatto di nuvole bianche e pace. Un paradiso dove può mangiare tutto senza ingrassare. Dove suo marito la amerà sempre senza tradirla.
Pia mi ha detto un giorno: “Bambina non abbassare mai la guardia. Anche quando di anni ne saranno passati tanti. Anche quando, ti sembrerà che lui sia diventato tuo e basta!”
E così Pia, anche oggi che il marito di anni ne ha ottantadue lo tiene d’occhio, lei.
Perché quello lì, le donne, mica se le è ancora dimenticate.
E infatti una domenica di fine estate, mentre lei è a messa lui si carica una puttana per 50 euro.
E tradisce la moglie ancora. E Pia lo sgama. Ancora. Così piange. E lo minaccia di andare via.
Fa la valigia Pia. E gli rinfaccia di quando quella notte di cinquant’anni fa mentre lei dava alla luce la loro bambina, lui faceva il cretino con l’infermiera rossa.
Ma Pia mica se ne va. Lei non va mai via. Neppure quando lui la tradisce.
Neppure quando deve farci sesso lei e una scopata dura due giorni, perché al marito si alza ad intermittenza. E fan così loro, le pause.
E magari mentre stanno pranzando o guardando il tg lui urla: “È ora! È il momento” e visto che i momenti, quelli lì, quelli dell’erezione, son sempre meno frequenti, bisogna correre in camera.
E coglierlo quel momento.
Così per un orgasmo ci possono volere anche due, a volte tre, giorni.
È paziente Pia che io gli direi: “Vattene pure da quelle troiette che paghi 50 euro Stronzo”.
Ma lei no.
Lei dice: “Facciamolo noi, io e te,  con i tuoi tempi.”
E quando le chiedi perché a Pia, perché non abbia mai smesso di combattere lei ti risponde:
“Un po’ perché ai miei tempi non si poteva cambiar marito come un paio di mutande, un po’ per quella cosa lì”
“ E ma quale cosa Pia?”
“Per quella cosa lì che mi viene nello stomaco, quando tutte le notti da cinquant’anni ci mettiamo a letto, la sera e lui mi mette una mano sul culo e il naso nei capelli”

La domanda è : “Si può avere un po’ di pace? O noi donne siamo destinate a dannarci tutta la vita per il nostro uomo? Quando comincia il vissero felici e contenti?”

E soprattutto:  “Dove si trova la forza di combattere cinquant’anni per “quella cosa lì”?”

Lalla (il fu Gabriele Casarin)

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Lalla all’anagrafe Gabriele Casarin, ha trentasei anni ed é una transessuale di provincia.
Ha cominciato il suo percorso un po’ tardi, dicono le altre, pare infatti che più in giovane età si cominci la transizione, più sarai favolosa e perfetta dopo.
Ma Lalla ha una famiglia “all’antica” che fino all’ultimo l’ha ostacolata nella sua scelta di tagliarsi il pisello, per diventare la donna che lei ha sempre visto nello specchio.
Lalla ha passato un’infanzia faticosa, quelle robe di prese in giro e nomignoli tipo “frocetto”, un’infanzia fatta di spintoni e solitudine.
E a casa la situazione non è stata certo migliore, il padre la obbligava ad andare a caccia con lui, per renderla maschio, quando invece Lalla, tutto quello che avrebbe voluto, era mettersi i vestiti della sua mamma e giocare alle sfilate di moda.
Se lo ricorda ancora il giorno in cui ha indossato l’abito da sposa di famiglia e ha sognato anche lei il suo grande giorno.
Lalla è stata Gabriele fino a trent’anni. E questo l’ha portata all’alcolismo e alle droghe.
Tutte quante, tutte insieme.
Poi una mattina si è svegliata e ha deciso di essere se stessa. È scesa a colazione vestita da donna. Ha sciolto i suoi lunghi capelli mossi e si è truccata la faccia. In modo grossolano, come farebbe un maschio che non ha mai impugnato un rossetto. Ha indossato i sandali della cugina che però le facevano uscire le dita, tutte quante fuori.
Il padre quando l’ha vista l’ha picchiata. Ma Lalla non ha reagito. Avrebbe potuto. È alta un metro e ottanta e ha braccia forti. Eppure, si è lasciata picchiare. Si è lasciata gonfiare di botte, poi ha guardato il padre e gli ha detto: “Ecco adesso sono una donna, sottomessa all’uomo.”
Si è seduta al tavolo e ha cominciato a bere il suo caffè. Col labbro tagliato che colava sangue sulla tazzina del servizio della nonna.
Sua madre quel giorno se n’é andata di casa.
Nessuno sa il perché.
Nessuno sa se sia stata la reazione del marito padrone o quella della figlia.
Fatto sta che non è tornata più.
L’ho vista Lalla dopo quella colazione.
Mi è entrata nel bar con un occhio nero e gonfio.
Ha detto :“Ciao Luna, sono Lalla, da oggi Gabriele è morto”.
Ero spaventata e preoccupata, avrei voluto medicarla, ma Lalla, ci teneva a quell’occhio nero.
E se n’è andata in giro per la cittadina di provincia tutto il giorno con i sandali stretti e il sangue sulla faccia.
Come a dire a tutti che anche ammaccata e ferita lei era una donna.
Ne è passato di tempo da quella mattina d’estate.
E lei ha imparato a mettersi lo smalto sui piedi, a farsi le sopracciglia e a truccarsi gli occhi.
Vive ancora col padre Lalla.
E con la vecchia cugina zitella che le compra abiti femminili e le ha regalato le tette per il compleanno.
Com’era bella Lalla quel giorno uscita dall’ospedale, nel parcheggio del Bennet, si è tirarta su la maglietta e mi ha detto “oh guarda Lu ho le tette anch’io son belle eh?”
Ed erano belle davvero.
Ma il suo fidanzato, un drogato anche lui, gliele ha prese a calci appena il giorno dopo, per un pezzo di bamba.
E così Lalla le ha quasi perse per una brutta infezione, quelle belle tette nuove. Adesso son guarite e stanno su da sole. Ma lì, in mezzo al petto, una cicatrice gigante gliele attraversa.
E così Lalla affoga ancora una volta la violenza nei suoi vizi.
Non l’ho vista per un po’.
L’hanno rinchiusa Lalla. In una comunità sulle montagne. Dalla quale lei è scappata con un uomo a caso e quando è riapparsa l’ha fatto con una foto, in tv, a “Chi l’ha visto?”, mentre io preparavo la vellutata di zucca, in una sera qualunque d’inverno. E così sono andata a cercarla.
Sapevo come trovarla.
E l’ho riportata a casa da suo padre, l’unica casa che ha.
Con sua cugina che le ha messo le lenzuola pulite nel letto e l’ha lavata dall’ennesima crisi di astinenza.
Lalla ce l’ha ancora il pisello e adesso lo usa per fare soldi, ma non le piace prostituirsi, però dice che finché sui documenti c’è scritto Gabriele, ma ha le tette, nessuno la assume.
Così uno dopo l’altro si sta scopando tutti quegli ottusi amici del padre, quelli che in paese manco la salutano. E anche i papà dei suoi vecchi compagni di scuola e anche qualche ex compagno che la spingeva e le urlava frocetto nei corridoi.
Lalla prende soldi a tutti, in cambio di qualche pompino.
Ogni tanto poi si mette a novanta e si fa sbattere, per avere gli euro per l’alcol e la cocaina, per affogare il vuoto dell’essere nata “difettosa” dice lei.

“Lalla non voglio giudicare la tua scelta di far marchette, però se non ti va di farlo, un’alternativa retribuita la troviamo. E i soldi magari, potresti usarli per affittarti un alloggio in città, invece che per stroiarti di droghe. E poi in tutto questo ricordati che quando ti andrà di fare l’amore con un uomo che ti piace, ti farà schifo il sesso, se continui a farti scopare con il ribrezzo”
“ A dire il vero uno che mi piace c’è. Mi ha scopata qualche sera fa in macchina. Gratis, per amore.”
“Sono contenta Lalla, davvero. Te lo meriti un po’ di amore”
“Ma lo conosci forse, Antonio, quel calabrese con gli occhi blu”.

E alla fine Fran.

Antonio lo conosco sì, è il marito della mia amica Vale.
Hanno un bimbo di tre mesi. E una villetta con la piscina. Due cani, un gatto e il camper per le vacanze al mare. Hanno anche il pony e la macchina nuova.
E per natale Antonio ha comprato a Vale il Folletto e lei era felice di fare la massaia per lui ogni volta che entra con le scarpe sporche.
E così ora a Lalla la vorrei menare io.
E anche Antonio lo vorrei menare.
E ogni giorno guardo Vale e non so come dirle che suo marito si è scopato un’altra donna.
Che poi oltretutto quell’altra c’ha ancora il pisello e io lo so che Vale non capirebbe.
Perché lei, i gay non li ha mica mai accettati veramente e manco le trans.
Io c’ho provato a spiegarle che ci son persone nate con il corpo sbagliato.
Ho provato anche a dirle che è un po’ come quando lei si vede grassa e fa la dieta per sentirsi più giusta.
Ma niente, lei questa cosa non la capisce.
E un tradimento non lo accetterebbe mai, con nessuno. Neppure con una “donna vera”, come le chiama lei.
È gelosa Vale.
Controlla il cellulare di Antonio ogni giorno.
E gli annusa i boxer prima di lavarli.
Dice che è i meridionali fan fatica a tenersi il cazzo nelle mutande e così ogni sera, anche quando non ha voglia, cerca di vestirsi da porno attrice e se lo scopa, sempre, anche con la febbre, anche quando il bambino le ha appena vomitato nei capelli.
E io lo vedo il sacrificio che fa lei per far funzionare tutto.
E io lo vedo il bisogno di amore di Lalla.

La domanda è : “Occhio non vede cuore non duole?”
Ma anche: “Mannaja lu culu, ma perché si sfogano tutti con chi gli serve da bere?”

Elettra

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La mia amica Elettra ha i capelli rosso semaforo. E i tatuaggi da bad rapper.
Ha venticinque anni ed è veramente gnocca.
Non come quelle nate fortunate belle e basta. No lei è più una tipa che si è disegnata da sola. Piercing sui capezzoli che quando ha una canottiera bianca ti ecciti anche se è il giorno in cui ti è morto il gatto.
Mette sempre questi stivali a zeppa e short a mostrare le gambe magre. Risultato di un rapporto di amore e odio con il cibo.
Elettra è bella come una bambola. Non quelle di porcellana di nonna Maria fatte di tulle e merletti eh. Una bambola di playboy.
Quelle tipe che quando le guardi ti trema tutto lo stomaco e che pure se sei femmina proprio non ci riesci a provare invidia perché lei è Gnocca e basta.
Ha anche le unghie sexy, ricostruite, lunghe e a punta. Colorate di smalti eccitanti e di una forma che tu, uomo, lo sai subito che vuoi farti graffiare da lei.
Ha un cuoricino sotto l’occhio che è il simbolo delle millennial, per dire che son porche. Che noi, ai miei tempi, c’imbarazzavamo a metterci l’anello al pollice perché qualcuno diceva volesse dire che avevi voglia di scopare.
Elettra vive a Torino, ma è cresciuta nelle campagne della Valchiusella, come me.
E ben nascosta sotto tutta quell’apparenza provocante ha una timidezza e un’ingenuità che ti ricorda l’adolescenza.
È fidanzata. Da due anni. Con un uomo che probabilmente sposerà e al quale darà qualche pargolo. Anche lui viene dalle sue campagne. Cresciuto a suon di pranzi in famiglia e morali di paese.
Elettra un giorno ha scoperto il bondage. Ed è finita in una cattedrale abbandonata a farsi scattare foto erotiche. Le ho viste quelle foto. È legata stretta, con una corda che le taglia la patata a metà e le stringe prepotentemente i fianchi. Per poi passarle le mani dietro la schiena insieme ai piedi. Elettra è lì. Su un altare sconsacrato. A testa in giù. Ricoperta di cera rossa come i suoi capelli. Che scivolano leggeri nel vuoto sotto l’altare su cui lei ha sacrificato la sua pudicizia.
Ha detto “Luna ogni goccia di cera era come una goccia di acqua calda quando mi masturbo sotto la doccia.”
E mentre lo dice, Elettra mi mostra le foto del suo sacrificio sull’altare di Dio. Quello a cui è stata così legata da donargli lo spirito tramite i suoi ministri che le han fatto violenza tanti anni. La mia amica, ha studiato dalle suore e ora a sentir parlare di catechismo e religione, le si accapona la pelle e diventa una bestia. S’innervosisce Elettra se vede un prete. Comincia a sbraitare e parlare di ipocrisia. Ma la verità su quello che abbia visto o vissuto io mica la so.
Quello che so è che mi chiama in un angolo, in una notte di ubriachezza molesta e musica raggae per mostrarmi le foto in cui se ne sta legata a testa in giù.
Che un’altra sarebbe sembrata un cotechino. Ma lei no. Lei ha fatto a pugni col cibo tutta la vita per essere divina. Te lo dice Elettra che i pasti, tutti quanti, li vomitava nei cessi di ogni posto.
Mi mostra le cicatrici sui polsi e con gli occhi lucidi mi racconta l’eccitazione. Mi racconta di quando l’ossigeno, una volta tornato nel cervello, riacquisita la posizione normale, ti faccia pulsare il cervello così forte da sentirti bagnata e eccitata come mai prima.
Mi racconta di quanto lei, Elettra, si sia innamorata del Bondage.
E mi racconta di quando una volta a casa, lui, il fidanzato, non abbia apprezzato che lei, Elettra, abbia deciso di camminargli sul petto. E invece di eccitarsi sia andato a letto incazzato e scioccato.
E ancora mi guarda, con gli occhi di una tredicenne emarginata e mi fa: “Dimmelo Luna, non sono bella? Non sono provocante? Perché non vuole farsi frustare da me? Perché non vuole legarmi e poi menarmi e scopare?”.
Elettra è gnocca. Ama gli animali, anche quelli bruttini. È giovane, ha la pelle chiara di Biancaneve e tettine sode dai capezzoli sempre turgidi metallo. Veste bene, indossa tacchi e ti bacia gli occhi prima di darti la buonanotte. Passa dalle calze a rete al pigiamone rosa peluche con orecchie, in un solo giorno. Ama la musica. È intonata e sa amare. E sa dimostrarlo l’amore. Ama il suo papà. E i bambini. E i fiori e i colori e i libri, ama i fumetti e i tatuaggi ed è brava a succhiare il cazzo.
La domanda è : “Che cosa deve avere una donna perché il proprio uomo si ecciti nel farsi camminare sul petto? “
Ma anche un po’:
“Fino a che punto è giusto amare e lasciarsi calpestare per amore?”

F

call
Fabio ha quarantatre anni ed è nato a febbraio, come me.
È del segno dei pesci, come me, ma lui l’oroscopo di Brezsny il venerdì, mica lo legge.
È tifoso di una squadra locale che è arrivata in serie A per miracolo.
Ha gli occhi nostalgici o misteriosi, forse si dice profondi, comunque quegli occhi lì che fanno sbarellare le donne.
Ha labbra carnose e i peli sul petto, a dimostrazione che forse, qualche uomo dei tempi miei, lì fuori, tra lampade e depilazioni, sopracciglia rifatte e manicure, c’è ancora.
Fabio suona la chitarra, ma ha l’energia di un batterista.
Ha una moglie, una figlia e un cane. Un cane vero eh, non quelli piccolini che sembrano dei topi. Un cane ciccione e potente.
Fabio ha il cazzo grosso. L’ho visto in una di quelle foto porche che manda alla mia amica. Loro fanno così. Passano la giornata a raccontarsi, o meglio, lei si racconta, le apre il cuore e lo stomaco e tutto quello che può lo tira fuori. Tutto. Come se lui fosse un grande contenitore ermetico in cui mettere tutta sé stessa.
E poi, tutti i giorni, quasi alla stessa ora, fanno una porno chiamata.
Lei ha un uomo che non sa scoparsela.
Lui ha una moglie da troppi anni.
E si sa, siamo fatti di carne e ormoni e brividi. E così si toccano al telefono e vengono uno nell’orecchio dell’altra. Aspettando il giorno, il posto, la scusa, per sentirsi uno ADDOSSO all’altra.
E poi tornano ognuno alla propria vita.
Lui guida fino a casa, dalla figlia che gli corre incontro buttandogli le braccia al collo.
Lei viene da me e si fa uno spritz, ogni tanto se è particolarmente giù anche due. E ascolta la musica con gli occhi chiusi e le braccia al cielo. Balla. Come se nessuno la vedesse. E quando qualcuno la nota, il suo uomo, quello reale, l’abbraccia da dietro, le sposta i lunghi capelli neri e le bacia il collo. Come fanno i cagnolini quando pisciano negli angoli per marcare il territorio.
Ma lei, forse, non è territorio di nessuno, forse non lo è mai stata veramente di qualcuno. Ha amato certo, qualche volta il cuore le è battuto così forte nel petto che sembrava uscirle fuori. Ma non so se si sia mai sentita di un uomo. Sentita davvero.
La mia amica poi, dopo esser stata marchiata, torna dentro, guarda la gente che ride con i bicchieri in mano e sorride. Aspettando forse che qualcuno accetti la sua natura. Quella natura che l’ha fatta sentire sbagliata per tanto tempo.
E aspetta che venga domani e che Fabio alle 8.30/8.45 le mandi un nuovo buongiorno. Non glielo manda mai lei per prima. E lui si lamenta. Ma lei è così. Le piace essere cercata. E voluta. E poi forse, le piace fuggire e farsi rincorrere.
Quando era piccola, si nascondeva sempre per vedere se i genitori la cercavano. Ma quelli, non la cercavano mai. È così che ha imparato a leggere l’orologio. Guardando le lancette che scorrevano nell’attesa che qualcuno si accorgesse della sua assenza.
La mia amica e Fabio, ogni tanto poi, litigano anche. Pensavo io che i rapporti virtuali fossero facili. Tutti porcate e leggerezza e invece lei, non è capace. Ci mette sempre un pezzetto d’anima e lui quel pezzetto lo raccoglie, con la risata di un bambino. E ogni tanto la rabbia di un adulto.
Fabio, lui, è esperto di donne non ufficiali, ne ha avute tante. È così lui. Gli piace quella roba dei primi momenti, di quando ti conosci e poi ti corteggi e ti dici le prime cose porche e poi anche le seconde e le terze. Ma poi si annoia Fabio. E se per caso gli batte il cuore fuori dal matrimonio, lui chiude. Perché sua moglie, lui, la ama. La ama da 10 anni. La ama sempre.
La mia amica invece non l’ha mai tradito il compagno. Ha deciso un giorno d’estate che quello era l’amore della sua vita e che mai e poi mai avrebbe fatto entrare qualcun altro ancora, nelle sue mutandine. Quasi un patto forzato con la nuova se stessa che ha creato, per punirsi di quella che era prima. Prima della vita normale dice lei.
Ma io qualche dubbio su tutta questa faccenda ce l’ho.
La domanda è : “mandarsi foto e video porno, cercarsi tutto il giorno. Scriversi. Venirsi nell’orecchio e raccontarsi, non è comunque tradimento anche se non ci si è mai toccati?
Pesano di più 21 grammi di anima o 21 di pelle?”