Maria

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Maria fa la escort. Si prostituisce per 100 euro l’ora. 400 una notte. 1000 tutto il week end.
Ha ventitré anni anche se sugli annunci scrive venticinque.
Ha le tette grosse e i capelli mossi, ma passa la piastra tutti i giorni.
Si corregge sempre lei.
Per sembrare sempre un po’ meglio di quello che si sente.
Diego ha trentasette anni. Gli occhi verdi e i capelli rasati. Un tatuaggio con la scritta mamma sul cuore, quelle robe trash che t’incidi sulla pelle quando alloggi alle Vallette.
Diego è agli arresti domiciliari.
E una volta al giorno, per sei mesi e tredici giorni, telefona a Maria, nella speranza di convincerla ad andare da lui a domicilio.
Ma lei, mica ci va.
Ha paura Maria.
Le legge le notizie delle sue colleghe uccise a pugni e calci.
Così non ci va mai. Per sei mesi e tredici giorni.
Ma aspetta Maria, giorno dopo giorno quella chiamata.
Quasi fosse il rituale per la pausa sigaretta, tra un cliente e l’altro.
Diego ha la voce calda, l’accento meridionale e a volte fa delle piccole pause.
Dentro le quali, Maria si perde.
Poi un giorno lui non la chiama più e passano tanti mesi.
Finché una sera d’invero, un cliente prende un appuntamento per mezzanotte.
Maria non riceve dopo una certa ora, almeno non per un’oretta scarsa.
Ma accetta.
Si sente sola quando fuori è buio neve.
Quando apre, Diego è di fronte a lei, ma lei non lo sa.
Lo riconosce subito però, al primo sibilo di voce. Ma finge di no. Finge di non sapere.
Lui chiede di farsi una doccia. Lei lo accompagna al bagno e rimane ad osservarlo, seduta sul pouf argento comprato a 19 euro e 90.
È Veloce nei movimenti Diego, si lava ogni parte del corpo e le parla.
Come se fosse tutto naturale.
Come due che questa cosa della doccia, l’han fatta da sempre.
E ridono subito. Insieme. E si guardano vogliosi.
Diego è alto un metro e ottanta e forse ancora qualcosina. Ha un fisico scolpito e il petto forte. Braccia muscolose. Ma è magro. Forse un po’ sotto peso. Ha il viso scavato da tante cose. Ma nessuna droga. Né alcol. Lui quella roba lì non se la permette.
Diego si fa di donne.

E niente…
Lei s’inginocchia, per la prima volta, a quell’uomo belloccio.
Maria e Diego quell’inverno si vedono quasi tutti i giorni. A fine serata. Come ultimo incontro.
E un giorno lei i soldi non li vuole più.
E una notte il preservativo lui non lo mette più.
La ricorda Maria quella notte. Seduta su Diego.
“Il preservativo Diè, prendilo”
“Ancora un secondo, strusciati solo un altro po’”.
E lì, si guardano loro. Negli occhi.
Con la voglia di fondersi e trasgredire insieme.
E fidarsi.
Uno dell’altra.
Maria si siede su di lui. Lenta. E si penetra da sola. Lenta.
Aspettando di essere certa che vogliano tutti e due la stessa cosa.
Si sente sporca lei.
Lo sa che cosa pensa la gente delle mignotte.
Lo sa che Diego potrebbe temerla.
Ma lei è sana.
Lei lo sa.
Usa sempre le precauzioni.
E una volta al mese, al Maria Vittoria, fa le analisi. Tutte quante.
Diego le viene dentro.
E Maria piange.
E poi glielo dice che lei a lui lo ama. Che lei, per lui, quel lavoro lo mollerebbe.
Ma si sa come son ste cose, le puttane te le scopi, ma poi a casa, da tua madre, ci porti le altre. Diego per esempio, in Meridione dalla madre ci ha portato Dora.
Dora è dell’Est. Ha gli occhi blu. È tenera. È bella. Dora non è porca, ma ha già una figlia.
Così Diego fa il papà.
E Maria piange ancora.
E ha smesso di fare pompini per soldi.
Ha comprato un cocktail bar e vende chupito a 1 euro.
Maria ci pensa sempre a Diego.
Sposta i mobili del suo alloggio e balla. Balla con la musica alta. E poi nella vasca se lo lava via di dosso.
Notte dopo notte.
Mese dopo mese.
Poi, Diego torna. E lei s’inginocchia davanti a lui. Ancora. Di nuovo.
E lui poi la lascia di nuovo. Senza dirglielo però.
E così per tante volte che Maria non lo sa più chi è, né di chi è.
E poi son passati gli anni e Diego ritorna ancora.
Con una telefonata: “Mariamia vediamoci, sai io amo lei e amo la nostra bambina. Però tu sei tu! Vediamoci dai!”
Maria lo sa che un uomo non se la sposa una puttana.
A Maria però uno l’ha sposata.
Ha fatto fatica lui ad accettarla.
A vederla come una che si vendeva.
Son così gli uomini. Han paura di quanti o quali ti sono entrati nella patata.
Han paura loro che la tua natura sia quella lì.
Anche Umberto lo diceva sempre a Maria: “Vedi Mari è come la storia della rana e dello scorpione. È la tua natura. Tu sei uno scorpione”.
Ma Maria lo scorpione non lo voleva proprio essere.
E la domanda è: “Uno scorpione può non sentirlo il bisogno di ammazzare la Rana?
E la ranocchia poverina, non potrebbe essere lei la puttana?”

Lalla (il fu Gabriele Casarin)

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Lalla all’anagrafe Gabriele Casarin, ha trentasei anni ed é una transessuale di provincia.
Ha cominciato il suo percorso un po’ tardi, dicono le altre, pare infatti che più in giovane età si cominci la transizione, più sarai favolosa e perfetta dopo.
Ma Lalla ha una famiglia “all’antica” che fino all’ultimo l’ha ostacolata nella sua scelta di tagliarsi il pisello, per diventare la donna che lei ha sempre visto nello specchio.
Lalla ha passato un’infanzia faticosa, quelle robe di prese in giro e nomignoli tipo “frocetto”, un’infanzia fatta di spintoni e solitudine.
E a casa la situazione non è stata certo migliore, il padre la obbligava ad andare a caccia con lui, per renderla maschio, quando invece Lalla, tutto quello che avrebbe voluto, era mettersi i vestiti della sua mamma e giocare alle sfilate di moda.
Se lo ricorda ancora il giorno in cui ha indossato l’abito da sposa di famiglia e ha sognato anche lei il suo grande giorno.
Lalla è stata Gabriele fino a trent’anni. E questo l’ha portata all’alcolismo e alle droghe.
Tutte quante, tutte insieme.
Poi una mattina si è svegliata e ha deciso di essere se stessa. È scesa a colazione vestita da donna. Ha sciolto i suoi lunghi capelli mossi e si è truccata la faccia. In modo grossolano, come farebbe un maschio che non ha mai impugnato un rossetto. Ha indossato i sandali della cugina che però le facevano uscire le dita, tutte quante fuori.
Il padre quando l’ha vista l’ha picchiata. Ma Lalla non ha reagito. Avrebbe potuto. È alta un metro e ottanta e ha braccia forti. Eppure, si è lasciata picchiare. Si è lasciata gonfiare di botte, poi ha guardato il padre e gli ha detto: “Ecco adesso sono una donna, sottomessa all’uomo.”
Si è seduta al tavolo e ha cominciato a bere il suo caffè. Col labbro tagliato che colava sangue sulla tazzina del servizio della nonna.
Sua madre quel giorno se n’é andata di casa.
Nessuno sa il perché.
Nessuno sa se sia stata la reazione del marito padrone o quella della figlia.
Fatto sta che non è tornata più.
L’ho vista Lalla dopo quella colazione.
Mi è entrata nel bar con un occhio nero e gonfio.
Ha detto :“Ciao Luna, sono Lalla, da oggi Gabriele è morto”.
Ero spaventata e preoccupata, avrei voluto medicarla, ma Lalla, ci teneva a quell’occhio nero.
E se n’è andata in giro per la cittadina di provincia tutto il giorno con i sandali stretti e il sangue sulla faccia.
Come a dire a tutti che anche ammaccata e ferita lei era una donna.
Ne è passato di tempo da quella mattina d’estate.
E lei ha imparato a mettersi lo smalto sui piedi, a farsi le sopracciglia e a truccarsi gli occhi.
Vive ancora col padre Lalla.
E con la vecchia cugina zitella che le compra abiti femminili e le ha regalato le tette per il compleanno.
Com’era bella Lalla quel giorno uscita dall’ospedale, nel parcheggio del Bennet, si è tirarta su la maglietta e mi ha detto “oh guarda Lu ho le tette anch’io son belle eh?”
Ed erano belle davvero.
Ma il suo fidanzato, un drogato anche lui, gliele ha prese a calci appena il giorno dopo, per un pezzo di bamba.
E così Lalla le ha quasi perse per una brutta infezione, quelle belle tette nuove. Adesso son guarite e stanno su da sole. Ma lì, in mezzo al petto, una cicatrice gigante gliele attraversa.
E così Lalla affoga ancora una volta la violenza nei suoi vizi.
Non l’ho vista per un po’.
L’hanno rinchiusa Lalla. In una comunità sulle montagne. Dalla quale lei è scappata con un uomo a caso e quando è riapparsa l’ha fatto con una foto, in tv, a “Chi l’ha visto?”, mentre io preparavo la vellutata di zucca, in una sera qualunque d’inverno. E così sono andata a cercarla.
Sapevo come trovarla.
E l’ho riportata a casa da suo padre, l’unica casa che ha.
Con sua cugina che le ha messo le lenzuola pulite nel letto e l’ha lavata dall’ennesima crisi di astinenza.
Lalla ce l’ha ancora il pisello e adesso lo usa per fare soldi, ma non le piace prostituirsi, però dice che finché sui documenti c’è scritto Gabriele, ma ha le tette, nessuno la assume.
Così uno dopo l’altro si sta scopando tutti quegli ottusi amici del padre, quelli che in paese manco la salutano. E anche i papà dei suoi vecchi compagni di scuola e anche qualche ex compagno che la spingeva e le urlava frocetto nei corridoi.
Lalla prende soldi a tutti, in cambio di qualche pompino.
Ogni tanto poi si mette a novanta e si fa sbattere, per avere gli euro per l’alcol e la cocaina, per affogare il vuoto dell’essere nata “difettosa” dice lei.

“Lalla non voglio giudicare la tua scelta di far marchette, però se non ti va di farlo, un’alternativa retribuita la troviamo. E i soldi magari, potresti usarli per affittarti un alloggio in città, invece che per stroiarti di droghe. E poi in tutto questo ricordati che quando ti andrà di fare l’amore con un uomo che ti piace, ti farà schifo il sesso, se continui a farti scopare con il ribrezzo”
“ A dire il vero uno che mi piace c’è. Mi ha scopata qualche sera fa in macchina. Gratis, per amore.”
“Sono contenta Lalla, davvero. Te lo meriti un po’ di amore”
“Ma lo conosci forse, Antonio, quel calabrese con gli occhi blu”.

E alla fine Fran.

Antonio lo conosco sì, è il marito della mia amica Vale.
Hanno un bimbo di tre mesi. E una villetta con la piscina. Due cani, un gatto e il camper per le vacanze al mare. Hanno anche il pony e la macchina nuova.
E per natale Antonio ha comprato a Vale il Folletto e lei era felice di fare la massaia per lui ogni volta che entra con le scarpe sporche.
E così ora a Lalla la vorrei menare io.
E anche Antonio lo vorrei menare.
E ogni giorno guardo Vale e non so come dirle che suo marito si è scopato un’altra donna.
Che poi oltretutto quell’altra c’ha ancora il pisello e io lo so che Vale non capirebbe.
Perché lei, i gay non li ha mica mai accettati veramente e manco le trans.
Io c’ho provato a spiegarle che ci son persone nate con il corpo sbagliato.
Ho provato anche a dirle che è un po’ come quando lei si vede grassa e fa la dieta per sentirsi più giusta.
Ma niente, lei questa cosa non la capisce.
E un tradimento non lo accetterebbe mai, con nessuno. Neppure con una “donna vera”, come le chiama lei.
È gelosa Vale.
Controlla il cellulare di Antonio ogni giorno.
E gli annusa i boxer prima di lavarli.
Dice che è i meridionali fan fatica a tenersi il cazzo nelle mutande e così ogni sera, anche quando non ha voglia, cerca di vestirsi da porno attrice e se lo scopa, sempre, anche con la febbre, anche quando il bambino le ha appena vomitato nei capelli.
E io lo vedo il sacrificio che fa lei per far funzionare tutto.
E io lo vedo il bisogno di amore di Lalla.

La domanda è : “Occhio non vede cuore non duole?”
Ma anche: “Mannaja lu culu, ma perché si sfogano tutti con chi gli serve da bere?”

Elettra

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La mia amica Elettra ha i capelli rosso semaforo. E i tatuaggi da bad rapper.
Ha venticinque anni ed è veramente gnocca.
Non come quelle nate fortunate belle e basta. No lei è più una tipa che si è disegnata da sola. Piercing sui capezzoli che quando ha una canottiera bianca ti ecciti anche se è il giorno in cui ti è morto il gatto.
Mette sempre questi stivali a zeppa e short a mostrare le gambe magre. Risultato di un rapporto di amore e odio con il cibo.
Elettra è bella come una bambola. Non quelle di porcellana di nonna Maria fatte di tulle e merletti eh. Una bambola di playboy.
Quelle tipe che quando le guardi ti trema tutto lo stomaco e che pure se sei femmina proprio non ci riesci a provare invidia perché lei è Gnocca e basta.
Ha anche le unghie sexy, ricostruite, lunghe e a punta. Colorate di smalti eccitanti e di una forma che tu, uomo, lo sai subito che vuoi farti graffiare da lei.
Ha un cuoricino sotto l’occhio che è il simbolo delle millennial, per dire che son porche. Che noi, ai miei tempi, c’imbarazzavamo a metterci l’anello al pollice perché qualcuno diceva volesse dire che avevi voglia di scopare.
Elettra vive a Torino, ma è cresciuta nelle campagne della Valchiusella, come me.
E ben nascosta sotto tutta quell’apparenza provocante ha una timidezza e un’ingenuità che ti ricorda l’adolescenza.
È fidanzata. Da due anni. Con un uomo che probabilmente sposerà e al quale darà qualche pargolo. Anche lui viene dalle sue campagne. Cresciuto a suon di pranzi in famiglia e morali di paese.
Elettra un giorno ha scoperto il bondage. Ed è finita in una cattedrale abbandonata a farsi scattare foto erotiche. Le ho viste quelle foto. È legata stretta, con una corda che le taglia la patata a metà e le stringe prepotentemente i fianchi. Per poi passarle le mani dietro la schiena insieme ai piedi. Elettra è lì. Su un altare sconsacrato. A testa in giù. Ricoperta di cera rossa come i suoi capelli. Che scivolano leggeri nel vuoto sotto l’altare su cui lei ha sacrificato la sua pudicizia.
Ha detto “Luna ogni goccia di cera era come una goccia di acqua calda quando mi masturbo sotto la doccia.”
E mentre lo dice, Elettra mi mostra le foto del suo sacrificio sull’altare di Dio. Quello a cui è stata così legata da donargli lo spirito tramite i suoi ministri che le han fatto violenza tanti anni. La mia amica, ha studiato dalle suore e ora a sentir parlare di catechismo e religione, le si accapona la pelle e diventa una bestia. S’innervosisce Elettra se vede un prete. Comincia a sbraitare e parlare di ipocrisia. Ma la verità su quello che abbia visto o vissuto io mica la so.
Quello che so è che mi chiama in un angolo, in una notte di ubriachezza molesta e musica raggae per mostrarmi le foto in cui se ne sta legata a testa in giù.
Che un’altra sarebbe sembrata un cotechino. Ma lei no. Lei ha fatto a pugni col cibo tutta la vita per essere divina. Te lo dice Elettra che i pasti, tutti quanti, li vomitava nei cessi di ogni posto.
Mi mostra le cicatrici sui polsi e con gli occhi lucidi mi racconta l’eccitazione. Mi racconta di quando l’ossigeno, una volta tornato nel cervello, riacquisita la posizione normale, ti faccia pulsare il cervello così forte da sentirti bagnata e eccitata come mai prima.
Mi racconta di quanto lei, Elettra, si sia innamorata del Bondage.
E mi racconta di quando una volta a casa, lui, il fidanzato, non abbia apprezzato che lei, Elettra, abbia deciso di camminargli sul petto. E invece di eccitarsi sia andato a letto incazzato e scioccato.
E ancora mi guarda, con gli occhi di una tredicenne emarginata e mi fa: “Dimmelo Luna, non sono bella? Non sono provocante? Perché non vuole farsi frustare da me? Perché non vuole legarmi e poi menarmi e scopare?”.
Elettra è gnocca. Ama gli animali, anche quelli bruttini. È giovane, ha la pelle chiara di Biancaneve e tettine sode dai capezzoli sempre turgidi metallo. Veste bene, indossa tacchi e ti bacia gli occhi prima di darti la buonanotte. Passa dalle calze a rete al pigiamone rosa peluche con orecchie, in un solo giorno. Ama la musica. È intonata e sa amare. E sa dimostrarlo l’amore. Ama il suo papà. E i bambini. E i fiori e i colori e i libri, ama i fumetti e i tatuaggi ed è brava a succhiare il cazzo.
La domanda è : “Che cosa deve avere una donna perché il proprio uomo si ecciti nel farsi camminare sul petto? “
Ma anche un po’:
“Fino a che punto è giusto amare e lasciarsi calpestare per amore?”

F

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Fabio ha quarantatre anni ed è nato a febbraio, come me.
È del segno dei pesci, come me, ma lui l’oroscopo di Brezsny il venerdì, mica lo legge.
È tifoso di una squadra locale che è arrivata in serie A per miracolo.
Ha gli occhi nostalgici o misteriosi, forse si dice profondi, comunque quegli occhi lì che fanno sbarellare le donne.
Ha labbra carnose e i peli sul petto, a dimostrazione che forse, qualche uomo dei tempi miei, lì fuori, tra lampade e depilazioni, sopracciglia rifatte e manicure, c’è ancora.
Fabio suona la chitarra, ma ha l’energia di un batterista.
Ha una moglie, una figlia e un cane. Un cane vero eh, non quelli piccolini che sembrano dei topi. Un cane ciccione e potente.
Fabio ha il cazzo grosso. L’ho visto in una di quelle foto porche che manda alla mia amica. Loro fanno così. Passano la giornata a raccontarsi, o meglio, lei si racconta, le apre il cuore e lo stomaco e tutto quello che può lo tira fuori. Tutto. Come se lui fosse un grande contenitore ermetico in cui mettere tutta sé stessa.
E poi, tutti i giorni, quasi alla stessa ora, fanno una porno chiamata.
Lei ha un uomo che non sa scoparsela.
Lui ha una moglie da troppi anni.
E si sa, siamo fatti di carne e ormoni e brividi. E così si toccano al telefono e vengono uno nell’orecchio dell’altra. Aspettando il giorno, il posto, la scusa, per sentirsi uno ADDOSSO all’altra.
E poi tornano ognuno alla propria vita.
Lui guida fino a casa, dalla figlia che gli corre incontro buttandogli le braccia al collo.
Lei viene da me e si fa uno spritz, ogni tanto se è particolarmente giù anche due. E ascolta la musica con gli occhi chiusi e le braccia al cielo. Balla. Come se nessuno la vedesse. E quando qualcuno la nota, il suo uomo, quello reale, l’abbraccia da dietro, le sposta i lunghi capelli neri e le bacia il collo. Come fanno i cagnolini quando pisciano negli angoli per marcare il territorio.
Ma lei, forse, non è territorio di nessuno, forse non lo è mai stata veramente di qualcuno. Ha amato certo, qualche volta il cuore le è battuto così forte nel petto che sembrava uscirle fuori. Ma non so se si sia mai sentita di un uomo. Sentita davvero.
La mia amica poi, dopo esser stata marchiata, torna dentro, guarda la gente che ride con i bicchieri in mano e sorride. Aspettando forse che qualcuno accetti la sua natura. Quella natura che l’ha fatta sentire sbagliata per tanto tempo.
E aspetta che venga domani e che Fabio alle 8.30/8.45 le mandi un nuovo buongiorno. Non glielo manda mai lei per prima. E lui si lamenta. Ma lei è così. Le piace essere cercata. E voluta. E poi forse, le piace fuggire e farsi rincorrere.
Quando era piccola, si nascondeva sempre per vedere se i genitori la cercavano. Ma quelli, non la cercavano mai. È così che ha imparato a leggere l’orologio. Guardando le lancette che scorrevano nell’attesa che qualcuno si accorgesse della sua assenza.
La mia amica e Fabio, ogni tanto poi, litigano anche. Pensavo io che i rapporti virtuali fossero facili. Tutti porcate e leggerezza e invece lei, non è capace. Ci mette sempre un pezzetto d’anima e lui quel pezzetto lo raccoglie, con la risata di un bambino. E ogni tanto la rabbia di un adulto.
Fabio, lui, è esperto di donne non ufficiali, ne ha avute tante. È così lui. Gli piace quella roba dei primi momenti, di quando ti conosci e poi ti corteggi e ti dici le prime cose porche e poi anche le seconde e le terze. Ma poi si annoia Fabio. E se per caso gli batte il cuore fuori dal matrimonio, lui chiude. Perché sua moglie, lui, la ama. La ama da 10 anni. La ama sempre.
La mia amica invece non l’ha mai tradito il compagno. Ha deciso un giorno d’estate che quello era l’amore della sua vita e che mai e poi mai avrebbe fatto entrare qualcun altro ancora, nelle sue mutandine. Quasi un patto forzato con la nuova se stessa che ha creato, per punirsi di quella che era prima. Prima della vita normale dice lei.
Ma io qualche dubbio su tutta questa faccenda ce l’ho.
La domanda è : “mandarsi foto e video porno, cercarsi tutto il giorno. Scriversi. Venirsi nell’orecchio e raccontarsi, non è comunque tradimento anche se non ci si è mai toccati?
Pesano di più 21 grammi di anima o 21 di pelle?”

 

Valentina

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Valentina ha quarant’anni, una mansarda stellata e un lavoro pieno di numeri che lei ancora non ha decifrato bene. Cresciuta negli anni novanta, quando i pantaloni li portavamo a vita alta e ci riempivamo i polsi di braccialetti colorati che trovavamo nel Cioè. Valentina è cresciuta nei boschi come me, andava a funghi con suo nonno e starnutiva quando lui imbracciava il fucile per andare a caccia. E’ allergica alla violenza lei. Anche alle mattine senza sole, eppure me la ricordo ancora quando la sua stagione preferita era l’autunno e ci si poteva nascondere la faccia sotto maglie dal collo alto. Dice di essere selvatica, ma poi alla fine le basta sorridere per conquistare tutte le vite che vuole. Ride, ancora come le bimbette spensierate e viaggia, in giro per il mondo, tutte le volte che può. E da ogni viaggio porta con sé qualche insegnamento e lascia in giro pezzi di anima, come fossero sassolini per farsi ritrovare. In questi anni ho viaggiato con lei solo con il pensiero, il mio locale mi tiene incastrata in Langa a servire dolcetto. Eppure mi sembra di averli vissuti tutti quei cieli lì, quei deserti e quelle albe. Valentina fa foto a colori anche quando le scatta in bianco e nero. Eppure lavora con i numeri, anche se, ci scommetto, le tabelline ancora non le ha imparate mica tanto bene. Un pomeriggio di fine estate se ne stava nel suo ufficio, quando è entrato Luca. Il tecnico nuovo dei pc. Sposato con la fidanzatina a cui ha tolto la verginità. Due figlie, un cane e il mutuo. Luca è uno sportivo, prende a pugni il sacco per scaricare la rabbia. E quanta ne ha Luca di rabbia, se ne sta lì, sepolta negli occhioni grandi e scuri. Sepolta sotto la sua malattia. Luca ha il diabete. E mangia sano da quegli esiti. Non si ciba di animali. E si veste rispettando l’ambiente. Luca le entra nello stomaco come un pugno ben dato. Come quando da bambino cadevi di pancia e rialzandoti ti mancava il fiato per sette secondi. Me lo ricordo il suo sms “Luna mi sono innamorata. È sposato. Non lo voglio. Ma cazzo l’ho trovato. È lui.” Da quel giorno son passati tre anni. E Luca e Valentina si sono innamorati per davvero. Si sono trovati per davvero. Lui è quell’uomo che le aggiusta il lavandino quando perde e le porta la minestrina quando lei è a casa malata. Lei è quella donna che lo fa sentire maschio, quella che lo guarda negli occhi mentre glielo prende in bocca e lo fa tremare ancora dopo l’orgasmo.  Valentina e Luca si sono anche fidanzati, lui le ha regalato un anello, come si fa nei film d’amore. E poi si son comprati i cappotti uguali, per stare sempre uno nel calduccio dell’altra, quando l’inverno torinese ti fa battere i denti. Valentina vive ancora nella sua mansarda, quella dove le ho dipinto il muro di rosso e dove lei ha attaccato le stelline sul soffitto. Quelle che di notte s’illuminano davvero. Valentina dorme da sola da quasi dieci anni, eppure, secondo me il buio le fa ancora un po’ paura. Luca invece questi dieci anni e quasi tutti i dieci prima, li ha passati nello stesso letto, con la moglie. Una moglie che ama e che dice di rispettare. Quelle donne belle e sorridenti che sanno mandare avanti la casa e i bambini e la sera, dopo cena, con la giornata sulle spalle, ti preparano comunque il baracchino del pranzo per il giorno dopo. La moglie, lei, si prende cura di lui, nella buona e nella cattiva sorte, gli lava le mutande, gli stira i vestiti e la domenica esausta dalla settimana, gli salta addosso e lo fa godere; forse pensa alla lista della spesa nel mentre, o forse ai calzini da rammendare, ai compiti delle figlie o a che ora deve andarle a riprenderle dalle amichette. La moglie, lei, gli è stata sempre vicino, in salute e in malattia, anche quando il diabete l’ha trascinato in ospedale. Anche quando era lei a dover mandare avanti la baracca. E Valentina si addormenta da sola ogni notte. Nelle lenzuola che profumano del giovedì. Il suo giorno preferito. Quello in cui lui, va da lei e tutto il mondo fuori non esiste più. Valentina tutte queste cose le sa, eppure non vuole mai sentirsele dire. Lei lo sa che lui ha una moglie. Lei lo sa che il week end, la parte della settimana che detesta di più, non può sentirlo perché lui è con lei. E se ne sta lì, appesa nella sua vita, tra un aperitivo con gli amici e un’escursione qui da me. Se ne sta lì, in montagna o a qualche grigliata, a guardare nervosamente il telefono. Appesa. Il venerdì, puntualmente, nel messaggio audio del buongiorno, quello delle sette del mattino, alla fine, mi dice sempre “che palle Lu, domani è sabato”. Che vuol dire: “Che palle Luna, domani è sabato e io dovrò stare due giorni in attesa che lui possa mandarmi un messaggio. Non passerò il week end con nessun uomo che mi accompagni a far la spesa, non farò l’amore con nessuno, e cenerò a casa di qualche coppietta felice che mi vomiterà in faccia la grandiosità del loro nuovo televisore al plasma, comprato in settantadue comode rate.”  Valentina crede nel karma, ci pensa sempre lei. Dice che non si fanno queste cose ad un’altra donna. Valentina si violenta sempre. Ogni volta che lo bacia. Ogni volta che gli scrive. Ogni volta che non gli scrive. E anche Luca crede nel karma. Sa che a Valentina sta rubando la vita. Sa che dovrebbe lasciarla andare, ora che le sue tette non hanno ancora perso contro la forza di gravità. Ora che sul mercato qualche scapolo decente c’è ancora. E una volta me l’ha anche detto. Quell’unica volta in cui è venuto da me. Da solo. Per un caffè. Voleva vedermi Luca. Quasi se conoscendo me, potesse avere qualche pezzo in più di lei, da portarsi addosso. Me l’ha detto Luca che si sente in colpa per la vita che le ruba. Me l’ha detto Luca che Valentina è il fottutissimo e dannato amore della sua vita e non una scopata, perché fosse solo quello, pagherebbe una escort. Me l’ha detto che non può lasciare la moglie perché ha delle responsabilità. Mi ha detto tutto rimanendo in silenzio. In quell’unico mezzo abbraccio eterno, durato pochi secondi.  E io gli ho creduto. Ho creduto al suo silenzio. Certe volte le cose che non si dicono sono potenti e prepotenti più di quelle urlate. Come tutte le volte in cui Valentina guardandolo negli occhi e baciandolo, l’ha scongiurato di lasciare sua moglie. Eppure ad alta voce non l’ha mai detto neppure a me. E quando sono io a dirle di chiederglielo lei si arrabbia molto.  “No Luna, io non glielo chiederò mai. Lui non la lascerà mai, me l’ha detto il primo giorno. E poi io non voglio che lui la lasci per me. No poverina”.  Io non lo so se Vale non glielo chiede per paura di un rifiuto o per quella di ferirlo. Non lo so se lei non glielo chiede per non ferirsi. E non so neppure se a Luca farebbe piacere sentirselo chiedere. Così il tempo passa. E Luca e Valentina si sono lasciati di nuovo. Per quasi un anno. Un anno in cui lei l’ha cancellato dalla rubrica e bloccato. Un anno in cui, ogni giorno, io controllo su whatsapp se lui si è collegato, se è ancora vivo. Perché son così ste cose, se uno dei due morisse, toccherebbe a me avvisare l’altro. Dire “ehi ciao, sai l’amore della tua vita ci ha lasciato. E tu hai sprecato ogni notte a non dormirgli accanto”.

Poi è arrivato un altro venerdì, e alle tre del mattino Valentina è stata svegliata da una sensazione. Sul telefono silenzioso il messaggio di Luca. Lui era sotto casa. Lei si è alzata, sistemata e scesa. Dopo un anno di silenzi. Dopo un anno di ognuno la propria vita. Dopo un anno in cui lui ha continuato la sua matrimoniale e in cui lei non è riuscita a cogliere nessuna occasione, perché ancora incastrata in quell’anello. E si sono baciati. Hanno pianto loro. Ripetendosi di essere uno l’amore della vita dell’altro.

Io non lo so qual è la cosa giusta. E non so manco se il senso della vita sia per forza l’amore. Non lo so se sia giusto lasciare una moglie e due figlie per una donna che si ama di più della luna nel cielo. Io Valentina la conosco. Lei i calzini li butta, non li rammenda e il baracchino al massimo te lo prepara due volte in un anno, quando si ricorda che ha i fornelli. Se la fai incazzare Valentina, il baracchino te lo tira in faccia. Però di rimanere appesa lei, mica se lo merita. E Luca poi, io lo so com’è. Tutto pieno di principi. Tutto pieno di cose giuste e cose sbagliate che proprio non si fanno. Lo so che il rimorso di aver ferito la mamma delle sue bimbe lo ucciderebbe un po’. Eppure sono una moglie pure io. E sapere che mio marito mi dorme accanto ogni notte, pensando ad un’altra donna, non so se lo accetterei.

E come al solito nessun libretto d’istruzioni. Nessun insegnamento carpito dai cartoni della Walt Disney che miravano a formarci.

La domanda è : “scusi per la felicità tiro dritto o giro a destra?”